balcone barocco

La mia Famiglia - by Raffaele Solarino

“………….Dopo le tempeste vissute, la grazia concessa a mia madre dal Presidente della Repubblica e la fine della malattia di mio fratello Turuzzo, quella casa conobbe un periodo di quiete.
La nuova attività di magliaia venne incrementata, venne meccanizzata con l'acquisto di macchine industriali per la produzione di maglieria in lana, nacque un piccolo maglificio che obbligò i miei a ristrutturare la casa che in effetti venne ricostruita nuova su due piani.
Io continuai a vivere con mia nonna che aveva la casa ubicata nel primo curtigghiu a salire della via più antica del paese, nel centro storico tutto pavimentato con ciottoli di timpagnuolo.
Una via nata fuori da ogni schema architettonico, sinuosa, ora larga, ora stretta ed intersecata da viuzze irregolari che la rendevano un dedalo, un labirinto affascinante.
Le case con i pergolati e le panchine in pietra nate insieme alle case, le gialle canne fissate alla corda da bucato, legata tra una casa e l'altra casa dirimpettaia, per sostenere il peso del bucato steso ad asciugare, il rumore dei carretti sul ciottolato ed i canti dei carrettieri, ‘u viersu(le nenie) cantato dalle madri ai neonati sotto i pergolati, i pescatori con le ceste piene di pesci e di odori di mare, gli ortolani con i loro panara e panarieddi rivestiti con versi foglie e pieni di succulenti gelsi neri, di dolcissimi fichi, di verdi mele di vigna o gialle pere tabaccare, il rumore del cerchione vecchio di bicicletta guidato a meraviglia con una canna dai bambini, il vociare accorato di una madre che richiama i propri figli intenti a rubare la marmellata di cotogne posta ad asciugare sul tetto di casa, tutti gli indigeni pari ad un unico cuore palpitanti di vita.
È come se in quella via, in quel dedalo, in quell'affascinante labirinto vivesse una sola famiglia, l&agreve; non esistevano i titoli nobiliari né i titolo accademici, non ci si chiamava per cognome: il signor Tizio o il signor Caio, ci si chiamava per nome e ci si individuava per soprannome.
Nei rapporti personali si usava cummà o mpari perchè quasi tutte le famiglie avevano battezzato o cresimato i figli delle famiglie di quella via ed i bambini chiamavano le persone grandi con il nome preceduto da za o zu che stanno per zia e zio anche se non esisteva alcun vincolo di parentela.
Ancora oggi ricordo molti personaggi di quella via amata tanto da viverla ancora oggi visitandola tutte le volte che mi reco nel mio paese. Rivisitandola ed entrandoci dalla parte bassa è come se vedessi cummà Maria a Zozza seduta accanto alla porta sulla panchina, cui si accedeva tramite una scalinata ripida, e attorniata di scaffali pieni di frutta; a za Pippina a Pietrurizzu con il suo ostello sempre pieno di gente in attesa del turno e di odore di pesce fritto; a za Ninetta a Carrapipiana, aveva una putia ro vino dove si mesceva vino, si mangiavano uova sode e si incontravano spesso persone alticce, che io come bambino, ed i miei compagni di gioco seguivamo affascinati dall'insicurezza dei loro movimenti nel camminare per tornare verso casa e dalla coloritura del loro linguaggio; cummà Ngilina a Murucana, cugina di mia nonna, che portava occhiali con vetri molto spessi, e suo figlio u zu Carmilinu, abile costruttore di gabbie per uccelli; Margherita e Maria, dette i Patatieddi, dirimpettaie di mia nonna, signorime molto religiose, dalle quali ho appreso le prime lezioni di catechismo, e dedicate ai miei capelli lunghi, ricordo che ci passarono pomeriggi interi a ripulirli dalla salsedine e a sistemarli bene; a za Pasqua a Pitinu, mia nonno, moglie ro zu Raffieli Cuoppula Russa, vedova bianca, suo marito, emigrato in Argentina, l'aveva dimenticata insieme ai suoi due figli; u zu Vanni l'Africanu, detto anche Libbrinu per un difetto congenito al labbro superiore, cugino di mia madre; a za Vannina a Canniana, aveva un forno di pietra che ardeva tutti i giorni e per piω volte al giorno per permettere alle famiglie di quella parte di via di preparare il pane che durava una settimana, cinquanta e passa anni fa non esistevano ancora i moderni forni elettrici, io ci passavo tutti i giorni per ricevere il delizioso e profumato panitozzo: semplice pasta di farina impastata con uva sultanina ed una spruzzata di zucchero nella parte superiore, sapori ed odori che non possono riviversi se non con il pensiero; e ancora a za Maria a Ghiesuzza, a cummà Cuzzedda, u zu Franciscu u Gnippu, a za Maria a Sanguittara, e tanti ancora. Una cosa molto strana: tutti i personaggi di quell'affascinante via, anche al cimitero, riposano nella stessa via………………………..”

                                            

1 | 2 | indietro | homepage

Copyright 2008 Guarrasi House. All Rights Reserved. Birdland è un free template by Webdesign MediaUp